Salvatore Rosano Arte e Artigianato


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Antonio Amore

I disegni di Antonio Amore

«Insondabile il disegno del fato. Quanto imprevedibili le soluzioni, i luoghi e i tempi d'attuazione. Epocali, a volte, come nel caso preso in esame da questo scritto (giugno 1995), e le immagini che lo corredano da me eseguite nelle viscere di una miniera di zolfo a Centuripe nel luglio del 1950. I luoghi di questo disegno si rilevano nei punti d'incontro delle tangenti di un ideale triangolo isoscele: Roma - Centuripe - Oristano.
Nel 1945 ritorno in patria dopo una lunga prigionia e mi stabilisco a Roma. Sono catanese di nascita e ho i genitori in Sicilia, Paternò. I miei interessi artistici legati, dal lato umano effettivo alla vita della povera gente, mi portano spesso nell'isola. Nutro, tra l'altro il desiderio di vivere l'esperienza dei minatori della mia terra: scendere con loro in una miniera. Da Paternò a Centuripe il passo è breve. Nel luglio del 1950, munito dell'armamentario da campo: cavalletto, colori matite, blocchi per schizzi, approdo a Centuripe. "Si, c'è una pensione", mi dicono, "tenuta da due sorelle". Ma me la sconsigliano: "chisti", le due sorelle, "hanu i minni grossi" (sono care!). Càpito, così per caso, nella bottega di un sarto quanto mai cordiale e disponibile. "Se si accontenta, mi dice, posso ospitarla nel mio retrobottega".Un retrobottega, con balcone e gabinetto, che guarda su un orizzonte infinito.
Lo zampino del Fato? Sta di fatto che in un sol colpo avevo trovato alloggio e un amico che tornerà utilissimo all'attuazione di quanto avevo in mente.Ed eccomi, di buon mattino, come da accordi precedentemente presi, zainetto a tracollo con blocco da schizzi e matite, all'ingresso della miniera di zolfo a valle del paese. Il montacarichi è fermo: non c'è corrente. Ancora lo zampino del Fato?.Bisogna scendere a piedi. Camminare chini nei cunicoli per raggiungere la galleria di scavo ad 800 metri è impresa durissima che mi sconsigliano. "Torni domani", mi dicono. Insisto e finisco per averla vinta: scenderò coi minatori. Ed eccoli i minatori, con i quali ho diviso l'esperienza della loro quotidiana fatica, come appaiono nei disegni riprodotti in queste pagine. Alcuni giovanissimi. Il più anziano, ingobbito dalla lunga consuetudine di lavoro in miniera fin dalla più giovane età. Sofferti tutti. Ci avviamo, piegati in due, nelle anguste gallerie di discesa.
Il mio interesse è tale che non avverto fatica. Disegno e bagno di sudore i fogli del blocco.Al sesto livello, con mia grande sorpresa, incontro un asino. "È li da anni", mi dicono, "addetto al traino dei carrelli. Rivedrà la luce da morto". Ed eccoci all'ultimo livello: 800 metri. Grondo sudore: avrei potuto strizzare i pantaloni corti che avevo tenuto per pudicizia."Sieda quì, dinnanzi al bocchettone d'aria, leghi il fazzoletto al naso e non respiri con la bocca mentre lavoriamo".
E, armato di picconi, il restante gruppetto di minatori sparisce nell'antro del nuovo scavo. Pochi minuti di lavoro intenso, in apnea, e via, ansanti, di corsa, alla condotta d'aria a rifornire i polmoni! "Ora lei conosce la nostra fatica", mi dissero quando li rividi la sera e m'invitarono a sedere con loro al tavolo di un bar. "Ma non ci crederà, c'è in paese chi ci critica perché siamo quì dinnanzi ad un bicchiere di birra: spreconi ci considerano o peggio!"."Dove sono, dove sono ora?"...
A quasi mezzo secolo, risento il ritmo inesorabile dei versi dell'"Antologia di Spoon River" ... "Dove sono, dove sono ora", quei minatori, figli della mia terra, da me ritratti nervosamente a matita nei fogli di un blocco per schizzi 18x24? Quanti di quei cuori, che avevano battuto all'unisono col mio, battono ancora? Dov'è quel distinto signore (vorrei che potesse leggere coi suoi figli queste righe).
Quel giovane franco e generoso che, informato della presenza in paese di un artista "continentale", tale mi ritenevano tutti, era corso alla bottega del sarto ad ossequiarmi e offrirmi ospitalità nella sua nuova casa arredata di fresco in vista del suo prossimo matrimonio? E lo stesso sarto, l'arguto, simpatico sarto, il cui nome ho smarrito nella memoria, mentre ne ho ancora vivo il ricordo?E quel gruppo di "carusi", ora uomini maturi (e in buona salute spero) che imbattutisi per caso in quel "furasteru" intento a dipingere "en plein aire" - cosa inconsueta allora - si erano bloccati ad osservarmi a distanza, e poi, dopo lunghi ammiccamenti e bisbigli, uno di loro, il capo, si stacca dal gruppo e mi fa: "e cchi pitta vossia, a motti buttana?" E se la danno a gambe, divertiti? E quel vecchietto (lo vedrò nell'aldilà spero,) che non trovando una giustificazione a quel mio star lì a ritrarre la natura, cortesemente mi chiede: "scusi, cchi è del catasto vossia?".
Ora, a chiusura della tangente Roma Centuripe, un ricordo che mi torna a volte nell'angosciosa notte dei sogni: quel punto chiaro, lontanissimo, che appare come un miraggio, una speranza di vita, a chi dopo un giorno di lavoro riesuma dal ventre nero della terra. Quel punto che segna per i minatori un diuturno destino di luce e tenebre, di morte e resurrezione. La seconda tangente Roma-Oristano, di quel triangolo isoscele capovolto, sta nella mia fuga dalla capitale e nel felice approdo nella terra dei nuraghi. La terza tangente Centuripe Oristano, a chiusura e definizione di un triangolo ideale inteso come segno del destino, riguarda essenzialmente un "carusu", un bimbo, che ai tempi del mio breve soggiorno a Centuripe aveva appena quattro anni e che non ho incontrato allora perché era scritto che lo avrei dovuto incontrare ad Oristano a quasi mezzo secolo di distanza.




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